Note critiche

Marzio Dall’Acqua. Presidente dell'Accademia Nazionale delle Arti di Parma

La naturale complessità dell’immaginazione. Un percorso creativo ed espositivo che unisce, o meglio mescola le opere prodotte, cioè le immagini in senso tradizionale e figurativo, caratterizzate da un gusto forte e immediato dell’espressionismo naturalistico, e la loro rivelazione in un paesaggio per apparire incongruenti o integrati in un ambiente verde, aperto o in contesti urbani, su un palcoscenico, tra tende da campeggio per gitani o da circo.
Si percepisce immediatamente la consistente instabilità dell’immagine stessa, che implica immobilità e si riferisce alla vicinanza e alla luce artificiale dello show room con i suoi particolari rituali e ritmi, nonché alla mobilità del paesaggio, che implica e suggerisce di andare, camminare, vagare, vagare, abbeverarsi mentre guardiamo le cose in modo dinamico (invece che frontale) da sinistra a destra come si fa quando si legge o si osserva una fotografia.
per farla nostra. Si tratta di immagini di paesaggi che includono i dipinti di Barbara Pecorari, questi ultimi a volte accuratamente disposti, a volte lasciati lì in modo molto casuale. In queste immagini si inserisce, come una presenza morbida, quasi un miraggio, come l’autoritratto di un artista errante all’interno di un racconto che si legge come un’autobiografia, un diario a piedi o un libro di viaggio allo stesso tempo, privato e intimo sotto certi aspetti, ma che intende anche rivelare l’artificialità dell’arte, piuttosto che delle arti, poiché quest’opera d’arte raccoglie stili molto diversi per contaminazione, allusione e assonanza visiva.
L’artista si nasconde, si traveste, si veste e diventa qualcosa di riconoscibile e allo stesso tempo diverso da quello che è, trasformandosi in una citazione, un riferimento e un’allusione a una sfera visiva fantastica tratta dal cinema, dal circo, dal mondo dello spettacolo, dal fumetto e dall’avventura, o meglio dalle sue luci e ombre – Charlot, la sposa, il portatore d’acqua dei presepi natalizi con alle spalle una montagna che assomiglia a una montagna che assomiglia a un’opera d’arte.
una piramide, un garçon ephebic, una pagliaccio bianco mare, una stella alata di cotone, lo spaventapasseri, una ballerina che danza sulle punte dei piedi e così via. Sono incantate, metamorfosi poetiche sospese tra i dolci sogni dell’infanzia e le citazioni letterarie, il fascino di fantasie silenziose e segretamente coltivate che emergono qui e si mescolano con l’altro travestimento e linguaggio dell’artista: quello della pittura, che rinuncia alla sua volontà e deve essere prioritario e assoluto sulla base.
della storia personale di Barbara Pecorari, ma anche dello status sociale e culturale tradizionalmente preminente assegnato alla pittura a livello creativo. Eppure l’opera racchiude tutto questo, tutto ciò che si può vedere e che si mostra per piacere agli occhi e alle emozioni.

E’ un modo di parlare di se stessa e di raccontare storie che mescolano linguaggi diversi, come un modo per mimetizzarsi, per nascondersi e vestirsi: una citazione come un riferimento all’immaginazione, ad una complessità che qui diventa chiarezza, ordine, classici a motivi, serena rivelazione di soluzioni estetiche che parlano un linguaggio vario e multiforme. Dalla pittura al linguaggio del corpo, dai paesaggi e ambienti al riferimento a icone visive codificate che corrono sotto la pelle dell’osservatore illuminando il significato dell’immagine, fino alla fotografia: sono miscele figurative e linguistiche sfruttate e misurate con armonie segrete, equilibri delicati e ariosi, combinati con espressioni segrete di altri linguaggi, dal cinema al circo, come detto in precedenza.
Ma non c’è traccia di artificialità barocca, sostituita da sfumature tratte dagli spot pubblicitari e dalla sua immediatezza grafica e comunicativa, dall’ordine nella realizzazione di immagini e riferimenti, così stretti, indispensabili e necessari che non possono essere né retorica né intellettuale, né confondere o spurie. Quando guardiamo un’immagine domestica, ad esempio, l’autoritratto di una donna selvaggia piegata su un banco da lavoro con accanto un quadro colorato, un’opera che ricorda un paesaggio aperto e ventoso, in contrasto sia con questa casalinga, Jane, e la sua immobilità focalizzata sullo scatto, sia con il linguaggio cromatico della fotografia stessa. Il contrasto bianco-nero della fotografia e l’apparizione cromatica dei dipinti, utilizzati anche in altre occasioni, fanno sì che questi ultimi si distinguano come forme e figure fantasmatiche, come realtà inserite in un sogno con tutte le complicazioni che tale contaminazione può suggerire in termini di percorsi immaginativi seguiti, intrecciati ed elaborati dall’osservatore.
Abbiamo un paesaggio antropico italiano – europeo in genere – europeo in generale – che simula una natura selvaggia, libera, spontanea, che invece è stata sapientemente elaborata, plasmata e definita dall’uomo nel corso di un processo di creazione secolare, tradizionale e allo stesso tempo lentamente innovativo. Il paesaggio di fondo è quindi anche un’invenzione artificiale. E questo rivela una sottile malinconia romantica che ci permette di entrare ed essere completamente coinvolti in questa “naturalezza artificiale”, dove l’artista è una presenza discreta, misurata, quasi sussurrata nel bosco e nei campi, come un oggetto tra gli altri oggetti. Questa attenzione tranquilla, estatica, contemplativa e contemplativa permette di riconquistare ciò che è andato perduto: la capacità di guardare e ascoltare. E’ legata al camminare, traccia molto umana della
mondo. Questo è ciò che hanno fatto i più importanti artisti inglesi di Land Art, Hamish Fulton e Richard Long, in contrapposizione alla veemenza e alla distorsione operata dai loro colleghi americani.
Il piacere dell’osservazione e l’amore per la natura era invece tipico di un artista come Claudio Costa (1942 – 1995).
Certo, Barbara Pecorari appartiene alla Land Art post Land Art, per il suo atteggiamento ironico, divertito, divertente, divertente e il sorriso leggermente dissacrante delle sue immagini, rispetto o addirittura in opposizione alle sue opere precedenti, un’esplosione di colori con il rimpianto per la grande pittura di fine Ottocento, dagli impressionisti a Van Gogh, agli espressionisti fino al Post Modernismo. Una malinconia per la “maniera” che si scontra con la consapevolezza dell’impossibilità.
di perseguirlo oggi. Alla fine, è un delicato e saggio percorso tra contrasti, opposizioni e opzioni diverse, forse senza la volontà di fare una scelta, deliziati da un numero infinito di esistenze e parole possibili che continuano a moltiplicarsi toccando i nostri occhi e il nostro cuore. Il funambolismo di Barbara Pecorari diventa sempre più rischioso, per affascinare, affascinare e coinvolgere.

Tiziano Marcheselli. Esperto d'arte e giornalista di "Gazzetta di Parma"

Se un’artista insolita ama raccontare una storia di alberi, arbusti, canneti e boschi su grandi tele dove le pennellate si uniscono e si sovrappongono come foglie portate dai rami; e se la stessa pittrice decide di farsi parte integrante del dipinto; se la stessa autrice immaginativa sente roccia e corteccia oltre che animale furtivo dei boschi (forse un gatto selvatico?) vorrebbe, e pensa che la migliore galleria in cui esporre se stessa e le sue opere sia la natura stessa da cui sono venuti l’ispirazione, l’input e il ‘bang’ per una nuova era artistica, allora è il momento di cominciare a vedere le cose in un modo nuovo e forse ridefinire i nostri giudizi abituali sull’arte moderna in relazione alla società contemporanea.

È il caso di Barbara Pecorari che, in questo gancio (di vita pratica ma un po’ teatrale e soprattutto virtuale) ha scritto la storia e l’evoluzione della propria pittura. Quindici capitoli raccontati da tele invece di frasi; da foglie invece di parole. Si parte dal grande albero da cui pendono dipinti che ondeggiano nella brezza delle colline; poi i peli di gatto tra rami secchi in allusioni misteriose; l’autrice diventa poi un ramo che si fonde impercettibilmente con i colori bruciati delle terre di Siena; il giallo di un bosco da favola cerca di illuminare l’opacità delle foglie secche; le gambe azzurre sono un prolungamento del cielo azzurro al tramonto; cappello rosso, braccia rosse e una vasca rossa si identificano con il colore bruciante del dipinto di un bagno ventoso; una ragazza in tutù beve un frammento di una tavola divisionista; la ragazza con il cappello è affascinata dalle foglie vorticose che arrivano come uno sciame di api da un tronco pietrificato; la roccia grigio lunare si combina con la roccia opaca delle colline, oppressa e coperta dalla terra. E altre figure: un forcone che rovescia i resti dello stesso giorno dopo giorno; contemplando una storia nella pittura di una coltivazione inutile; sulla riva di un lago per riempire di poesia almeno una brocca; spazzolando il terreno intorno ai cipressi per renderli verdi e gialli come un quadro di un sogno e, alla fine, la notte con il nero su nero che si allontana nella seconda scena lasciando solo la falsa speranza di una luce vangoghiana.

E’ realtà, teatro, cinematografia, pittura, fotografia o letteratura?

Il viaggio dell’artista si conclude qui ma ne rimangono tracce palpabili – sono opere realizzate con una tecnica particolare – spirituali nelle sue interpretazioni ma materiali nella sua esecuzione. Un po’ impressionista, un po’ divisionista, action painting in un gesto aristocratico, metafisico nella sua solitudine di idee lucide; sempre contaminato ma non banale; al contrario, incantevole.

Chiara Serri. Esperta d'arte

Nei colpi di scena di un viaggio intrapreso alcuni anni fa dalla giovane pittrice reggiana Barbara Pecorari, riconosciamo il suo amore per il paesaggio dove ha trascorso felicemente la sua infanzia, nonché la gioia sfrenata di sbavare le dita e di alzarsi a ondate di colori brillanti per deliziare i nostri occhi.La magia della verniciatura poetica e dell’invenzione linguistica si intrecciano tra oggetto sensibile e opera d’arte, toccando lo spettatore. Dalle sue mani nasce un altro mondo parallelo “a parte”, in cui la realtà tende a cedere alle forme del pensiero e la visione naturalistica viene superata attraverso ritmi eccitati e alterazioni cromatiche musicali.Infatti, i colori, spessi e concreti, sono scelti in base alle loro potenzialità espressive piuttosto che alla loro adesione alla realtà.Da queste paste pesanti, stese con le dita, un cucchiaio o una coda di pennello a seconda dei sentimenti dell’artista, emergono ancora alberi, cieli e campi di grano – infatti, gli elementi di un paesaggio che ritorna sempre in superficie, perché, come diceva Henri Bergson, coscienza e mondo sono strettamente legati tra loro, e l’immagine non può che essere il legame tra materia e memoria. Un paesaggio – il più delle volte reale (vedi ad esempio “La paura della separazione”) – che l’artista osserva attraverso gli occhi di un bambino, come se si potesse costruire un mondo intero da un’unica immagine.Per questo motivo, il catalogo non si limita a presentare una sequenza di pittura: ogni opera è accompagnata dal primo fotogramma di un film, ideato, realizzato e interpretato dall’artista e fotografato da Cristian Iotti (tranne l’ultimo scatto, realizzato da Carlo Vannini).Tante trame diverse, abbozzate e poi lasciate aperte come nel romanzo di Italo Calvino “Se in una notte d’inverno un viaggiatore”, dove solo nelle ultime pagine le diverse aperture si fondono in un unico discorso, in un unico “Viaggio” pittorico durante il quale i quadri di Barbara Pecorari, inizialmente fotografati uno per uno in un pioppeto, davanti a una chiesa o su un palcoscenico teatrale, si allineano infine lungo la strada intrapresa dall’artista e, con lei, da coloro che desiderano conoscere la continuazione della sua storia.

Marco Visconti. Esperto d'arte e poeta

Alcuni pittori puntano tutto sulla tecnica (e quindi rischiano di cadere in cliché commerciali); alcuni pittori perseguono solo le loro ideologie (ma finiscono per diventare intellettuali un po’ astratti); alcuni pittori sono artisticamente poveri, ma lasciamoli a se stessi. Poi ci sono (pochi) pittori che raccontano storie complesse, un po’ drammatiche, di cui non sono solo gli autori, ma anche, e soprattutto, attori protagonisti e persino elementi figurativi della pittura, insieme ad alberi, cieli, volte delle chiese, campi di grano, quadri appesi su rami come lenzuola stese ad asciugare.

Barbara Pecorari appartiene a questa manciata di artisti coraggiosi per i quali l’inventiva e l’immaginazione sono un credo e un modo di vivere. In occasioni come questa, non stiamo parlando solo di una mostra o di un volume/catalogo: potrebbe essere un happening, un viaggio nel tempo o in campagna intorno alla nostra casa; e se fosse una sfilata di moda, un sogno orientale, una commedia o un film horror?

Certo, questo è un nuovo modo di lavorare alla pittura mantenendo le caratteristiche tradizionali del quadro “dipinto” eppure “impaginandolo” – invece che con le solite cornici – con scorci di paesaggio, binari della stazione ferroviaria, monumenti da cavalcare, palchi di ballerini, antichi portici, misteriose apparizioni notturne, deserti di solitudine, oceani con onde che si coagulano come maglie.

E lei è sempre dentro, l’autrice – attrice – pittrice (sembrano tanti, perché diversi e intercambiabili) in uno scenario perfettamente articolato e in uno scenario sempre nuovo e apparentemente inventato, dove i movimenti, però, sono ben calcolati e sincronizzati.

È un viaggio impossibile in uno spazio inesistente, senza punto di partenza e con un esito enigmatico. Cosa si può desiderare di più…..?

Alfonso Borghi

Barbara Pecorari è una mia amica. Non solo è brava. Anche lei condivide molto con me. Numero uno, siamo entrambi artisti non convenzionali che non permettono ripetizioni. A entrambi piace continuare a cambiare i temi e l’ispirazione (e forse anche le tecniche). Numero due, siamo entrambi al di là del confine tra la provincia di Parma e quella di Reggio Emilia, che è – credo – abbastanza positivo sia dal punto di vista artistico che sociale, perché quest’area fonde l’eleganza e la cultura della città di Maria Luisa e l’imprenditoria pratica e organizzata della città “Tricolore” (la città dove è nata la bandiera italiana a tre colori).
Ok, possiamo anche essere divisi da una sola generazione, ma dopo tutto, quelli che sono circa trent’anni rispetto all’infinito…..! Tuttavia, sono sempre molto contento di promuovere un artista giovane e meritevole.
In questo caso, questo diarycatalogue unico nel suo genere (pubblicato per la prima volta da Barbara qualche anno fa e arrivato oggi in uno stile più maturo ma molto particolare ed esclusivo) mi ha dato l’opportunità di rafforzare un rapporto personale e una collaborazione pittorica sotto la guida e la direzione di Tiziano Marcheselli, un altro artista straordinario che ha scritto per Barbara nientemeno che una “poesia” di quartina mascherata nel libro sotto forma di note ai piedi. L’idea di un catalogo che è anche un libro e un diario deve avergli fatto piacere proprio come ha fatto a me.
I normali testi celebrativi sono sostituiti da foto e immagini che assomigliano alle brevi note di un viaggio o all’agenda dell’artista che contengono idee dipinte con una tecnica superiore e souvenir.
dei luoghi che ama di più (campagna o monumenti), delle sue amiche (anche se un po’ stravaganti) e soprattutto da quel tocco di performance che dona uno stile scintillante senza mai essere convenzionale.
Accogliamo quindi con favore molte altre iniziative di questo tipo, per stimolare e ringiovanire un ramo d’arte che rischia di paralizzarsi nel “déjà vu” e nel “provato”.

Davide Caramagna. Presidente di Artemoddes NPO www.artemoddes.it

Cinque anni dopo il nostro primo incontro, guardando indietro a ciò che era e ciò che è, sia Barbara che io siamo abbastanza soddisfatti di come sono andate le cose.
Ho fondato Artemoddes, una NPO socialmente utile che introdurrà talenti emergenti mentre Barbara ha maturato la sua espressività e sta vivendo il suo sogno. “Portare le idee dall’immaginazione e dalla creatività nel mondo reale non è un compito facile ma lo realizzi, i tuoi sogni diventano realtà”. Questa citazione accoglie i visitatori della pagina web che ho voluto decisamente creare per dare maggiore visibilità ai talenti emergenti. Qualcosa di difficile da fare attraverso i canali tradizionali. Barbara mi ha chiesto di essere nel suo catalogo e io l’ho accettata.
invito con eccitazione. Barbara ed io e Barbara ci siamo capiti immediatamente. Abbiamo un senso di rispetto reciproco che non si è affievolito nel corso degli anni; anzi, ha rafforzato e creato un forte legame che resiste al tempo e alle distanze. Mi sono subito reso conto che era un’artista che è alla continua ricerca di modi per esprimere il suo fuoco interiore.
Quando dipinge sembra che la sua mano sia mossa da emozioni esplosive. Non dobbiamo però dimenticare che ogni artista dovrebbe essere in grado di creare emozioni senza preoccuparsi di quello che fa e dovrebbe fare. Dovrebbero trasformare il loro lavoro da oggetto reale a soggetto emotivo grazie alle emozioni che portano dentro di sé.
Il viaggio compiuto da Barbara negli ultimi anni l’ha portata a fondare una propria legge di forme e colori. Senza essere irrispettoso, presuntuoso o senza lusinghe, penso di poter paragonare Barbara a Cezanne in termini di capacità di osservare un oggetto e di poterlo trasportare sulla tela con la forma delle sue emozioni.

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